Lotrèk
24 July 2020

L'affare Ferragni-Uffizi raggiunge anche Lotrek


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Giulia 
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Restare neutrali è ormai impossibile: favorevoli o contrari alla viralità della visita di Chiara Ferragni agli Uffizi?

È una mattina come un’altra in agenzia, ma, mentre fissiamo la macchinetta sperando che da essa arrivi magicamente l’ispirazione per un nuovo, rivoluzionario piano editoriale, io e Salvo ci accorgiamo che il caffè ha un altro sapore: quello della polemica.

Una questione sta sconvolgendo gli equilibri del mondo online e tutti, ma proprio tutti, devono avere un’opinione a riguardo: Chiara Ferragni ha “promosso” gli Uffizi. Sacro e profano si sono incontrati, la Venere di Botticelli e l’Influencer per eccellenza hanno condiviso uno scatto, nulla è più come prima.

Il tema va oltre la semplice presenza della biondissima regina dei social agli Uffizi e coinvolge la posizione, criticatissima, del direttore Heike Schmidt. Gli sbadigli vengono stroncati sul nascere quando ci rendiamo conto che nemmeno tra colleghi siamo d’accordo sulla questione: in un attimo si delineano due fazioni distinte e la pace in agenzia diventa solo un ricordo. Il caso vuole che sia io che Salvo ci occupiamo di contenuti testuali quindi l’unica via percorribile per arrivare a capo della faccenda è metterla nero su bianco unendoci al dibattito.

Non è più il tempo di essere neutrali: analizzate le nostre argomentazioni e unitevi alla discussione. Troviamo insieme la risposta alla domanda fondamentale.

Favorevoli o contrari alla visita, immediatamente cavalcata e diventata virale, della Ferragni agli Uffizi?

Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro il mio Feed

Perché dovremmo come minimo compiacerci della viralità della Ferragni agli Uffizi - L’opinione di Giulia

“Le stories di Chiara Ferragni sugli Uffizi hanno avuto 550mila apprezzamenti in poche ore, per lo più da persone che per la prima volta stabilivano una relazione emozionale col nostro patrimonio. E sotto il nostro post, nell’arco di 24 ore, abbiamo avuto 2mila critiche, ma anche 30mila like: se fosse una partita di calcio, sarebbe finita con un 15 a 1”.

Così Heike Schmidt si difende sulle pagine dei quotidiani dalle numerose critiche ricevute. Ma perché deve difendersi?

La colpa del direttore degli Uffizi, che non ha - ricordiamolo - assunto Chiara Ferragni come testimonial del museo, è quella di aver sfruttato la presenza dell’influencer, accompagnandola in una visita e pubblicando sui social ufficiali degli Uffizi uno scatto che la ritrae accanto a La nascita di Venere di Botticelli. La Ferragni infatti si trovava lì per Vogue e Schmidt ha pensato di cogliere l’occasione per dare visibilità al museo agli occhi dei più giovani.

Se vi state già appassionando alla questione, vi anticipo che non ho alcuna intenzione di analizzare i dati, sia quelli relativi alle pubblicazioni social che quelli riguardanti il presunto aumento dei visitatori, per argomentare la faccenda. Perché?

Sicuramente perché non ho accesso a tutte le informazioni necessarie per analizzare i risultati di questa azione di marketing - se così la vogliamo definire - ma soprattutto perché non è questo il punto.

Infatti le tantissime critiche piovute addosso a Schmidt sull’argomento non si concentrano certo sull’efficacia strategica delle sue scelte. Quasi nessuno degli intervenuti ha detto “non sono d’accordo perché non credo che una cosa del genere avrà riscontri positivi in termini di affluenza e impression”.

Il tenore delle critiche, che poi è quello che per me rappresenta il cuore della faccenda, è stato perlopiù questo: “Non vi vergognate a svilire in questo modo la cultura?!” Ok, mi sta bene: facciamone una questione di principio.

Se vi state immergendo nel lato più filosofico della questione insieme a me, attenti a non farvi prendere la mano: è esattamente quello che vogliono i detrattori di questa inedita Ferragni ambasciatrice d’arte. Infatti, se provate timidamente a sostenere che “alla fine un po’ di attenzione non guasta, no?” vi verrà risposto che voi, moderni campioni di cinismo machiavelliano, state sostenendo che il fine giustifica i mezzi.No, vi diranno, non svenderemo la nostra cultura, la nostra arte e la nostra storia per qualche follower!Giammai, aggiungeranno, dissacreremo opere eterne per un ingresso in più.

Ok. Ma cos’hanno questi sopracitati mezzi che non va? Com’è che in un secondo i social - utilizzati, per altro, anche per veicolare le critiche - sono diventati disdicevoli a prescindere? Come può un semplice post compromettere l’immagine di un museo dello spessore degli Uffizi?

Si penserà allora che fosse il post stesso a essere offensivo. Si dà il caso, però, che si trattasse di una semplice foto di Chiara Ferragni accanto alla Venere di Botticelli. Ne saranno state scattate - e condivise - almeno un milione di foto così, eppure nessuno se l’è presa.

Allora il problema è la Ferragni. Anzi, il fatto che gli Uffizi, pubblicando la foto con lei, abbiano implicitamente mostrato di essere contenti della sua presenza perché questo avrebbe forse potuto avere qualche risvolto positivo. Un po’ deludente come questione filosofica se messa così, no? Mi spiego: se Heike Schmidt avesse venduto qualche opera per pagare una partnership con Chiara, avrei capito l’indignazione. Ma questi criticatissimi mezzi che non possono essere giustificati dal fine altro non sono che un post con una ragazza famosa in posa accanto a un quadro. Tutto qui. Giuro che non arrivo a capire lo scandalo.

Ma vuoi mettere il danno di immagine? Un altro dei punti cardine delle critiche piovute in questi giorni sulla questione è che associando la Ferragni a Botticelli (che poi che associazione è? mica hanno esposto la sua foto accanto ai quadri!) si danneggia l’immagine stessa della cultura. Seguiamo questo ragionamento.

Se qualche giovane che non si è mai interessato all’arte vede la foto e in virtù di quella va a visitare il museo, nella peggiore delle ipotesi ha imparato qualcosa alla fine del giro. Se non ci va o lo fa ma non impara niente perché passa il tempo solo a scattarsi selfie, la situazione di partenza resta invariata. Fin qui, quindi, nessun danno in vista.

Allora il danno di immagine deve coinvolgere le persone che invece erano già appassionate di arte e cultura e che, vedendo il post con l’influencer, decidono di discostarsene. Quante possibilità ci sono, però, che un cultore di Botticelli e Leonardo rinunci ad ammirare le loro opere immortali in virtù di questo post?

Diciamocelo con onestà: nessuna. Insomma anche qui, nessun danno. Sembrerebbe quindi che questo odiosissimo crimine culturale di cui tanto si dibatte non abbia vittime (se un albero cade e nessuno lo sente, fa rumore?). Qualcuno mi risponderà retoricamente che la vittima, qui, è la cultura. Per come la vedo io, se nessuno ne parla, nessuno la vive, nessuno ci si accalora, nessuno ci si interroga, la cultura è già morta. E l’abbiamo uccisa noi, con un mix letale di disinteresse, superficialità e snobismo.


Siamo sicuri che ai giovani piaccia solo farsi i selfie?

Perché una comunicazione di questo tipo tratta i giovani come scemi - L’opinione di Salvo

Ormai sembra che non si parli d'altro. Chiara Ferragni come la Venere di Botticelli! Scandalo!111!! La cultura!!!1 Ok, queste polemiche sinceramente mi lasciano indifferente: sono cretinate. Su questo io e Giulia siamo d'accordo.

A lasciarmi perplesso sono state invece le risposte alle critiche del direttore delle gallerie degli Uffizi, Eike Schmidt.

Nei giorni seguenti alla polemica, Schmidt si è trovato a dover giustificare le proprie scelte, a spiegare perché ha deciso di sfruttare Chiara Ferragni come testimonial. 

Sostanzialmente, nelle intenzioni del direttore c'è la volontà di aprire i musei, di attrarre i giovani, di renderli dei luoghi democratici, aperti alla cittadinanza. E fin qui tutto bene, sono d'accordo con l'amico Schmidt.

Bene, ben venga aprire i musei, renderli accessibili. Peccato però che queste azioni siano solo di facciata. Sembrano fare qualcosa per risolvere il problema che dicono di risolvere ma non lo fanno davvero.

Secondo il direttore degli Uffizi, nel week end successivo alla venuta della Ferragni i visitatori under 25 sono aumentati del 27%. Tanto per cominciare sarebbe interessante vedere questi numeri nel contesto, perché non è detto che l'aumento delle visite sia da attribuire a Chiara Ferragni. Ma va bè, ci sta, uno deve difendersi dalle critiche e fa quel che può, chiama i numeri in suo soccorso.

Però per me però rimane un uso cretino dei numeri: concentrarsi sulle cifre perché così sembra di stare facendo qualcosa. Poi non importa se di queste persone che hanno fatto numero non sappiamo niente, non sappiamo perché sono venute e che sono venute a fare. So' ragazzi, so' venuti al Museo e tanto basta.

E poi? Cosa stiamo facendo per questi giovani? Cosa facciamo per costruire la relazione sul lungo periodo? Siamo sicuri che mettere le foto di opere d'arte in video stupidi su TikTok avvicini i giovani alla cultura? E poi, chi sono questi giovani? Che interessi hanno? Che fanno? Qualcuno si è mai chiesto perché non vadano o al museo, almeno, quelli interessati?

A me sembra proprio questa la truffa di questo tipo di comunicazione. I cosiddetti giovani sono trattati come scemi. I social usati in questo modo trasformano le opere d'arte in tappezzeria, in sfondi da cellulare. In meme. Esattamente l'opposto di quello che significa aprire un museo. Le opere d'arte diventano semplici immagini, e a questo punto non fa niente che siano al Museo, su Tik Tok o al negozio di souvenir, perché il medium da solo non è il messaggio, ma uno dei messaggi. Si, ma quale? È questa secondo me la domanda.

Se non forniamo alle persone il modo di capire perché un Museo importante e trattiamo le opere d'arte come sfondi o come meme, beh, amici miei, non stiamo facendo tanta strada. In tal senso il paragone tra la Venere e Chiara Ferragni ci sta tutto: entrambi sono meme, sono immagini, sono simboli che stanno per loro stessi. Sono brand. Portano le persone al Museo oggi, ma non mettono le persone in grado di decidere se gli frega qualcosa di andare al Museo oppure no. Ci vanno perché “mi faccio il selfie come la Ferragni ed è figo”.

E allora dobbiamo chiederci qual è la funzione di un Museo? Se la funzione è attrarre visitatori, beh, complimenti amico Schmidt ci sei riuscito. La prossima volta per attrarre gli anziani magari invia dei poster negli studi dei medici. Ma se la funzione del Museo è fare cultura, rendere l'arte accessibile, trasmettere la memoria culturale di una civiltà, mi pare che siamo molto lontani dall'ottenere questo risultato.

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Il primo aggettivo che mi viene in mente se penso a me stessa è “entusiasta”. Vengo quotidianamente travolta dalla meraviglia di ogni piccola novità e passo la mia vita su delle imprevedibili montagne russe emotive. Spesso è esaltante, a volte un tantino estenuante. Credo si possa dire che mi piacciono le persone, le cose e le situazioni in generale. E i gatti, ma questo è un altro discorso. Sono cresciuta immersa in libri di ogni genere e forse è per questo che tendo a romanzare tutto ciò che mi succede. Vi è mai capitato di essere talmente presi da una lettura che finite per pensare con lo stesso stile narrativo dell’autore? Ecco, io vivo così ogni singolo giorno.

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