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- 09.06.2026
Ricerca generativa: Edison Energia sceglie Lotrek
Iniziamo una conversazione
Perché ne parliamo?
C'è un numero che vale la pena tenere a mente prima di qualsiasi altra considerazione: 84%. È la percentuale di consumatori italiani che ha abbandonato almeno una transazione digitale a causa di barriere di accessibilità. Il dato più alto in Europa, rilevato da una ricerca Accessiway condotta su 6.599 utenti in cinque diversi mercati.
Non stiamo parlando di un problema di nicchia. Stiamo parlando di quasi nove persone su dieci che, nel tentativo di completare un acquisto, accedere a un servizio bancario o prenotare qualcosa online, si sono fermate. Hanno abbandonato. Sono andate altrove, o hanno rinunciato del tutto.
L'accessibilità digitale è tornata al centro del dibattito per ragioni normative ed è giusto che sia così. Ma ridurla a un obbligo da spuntare sarebbe un errore strategico oltre che culturale. Perché dietro ogni barriera digitale c'è una persona reale. E dietro ogni persona che abbandona c'è un'opportunità persa.
Se ne parla da almeno un anno, da quando il 28 giugno 2025 è diventato la data spartiacque per l'applicazione piena dell'European Accessibility Act. Eppure il tema merita attenzione rinnovata, per almeno tre ragioni.
La prima è che molte aziende hanno interpretato quella scadenza come un punto di arrivo, quando era in realtà un punto di partenza. Avere un sito "formalmente conforme" non significa avere un sito davvero accessibile.
La seconda è che il quadro normativo si è ulteriormente consolidato. Il 4 marzo 2026 AgID ha pubblicato le Linee Guida operative sull'accessibilità dei servizi digitali, dotandosi degli strumenti concreti per avviare verifiche e applicare sanzioni. Il 15 maggio 2026, con la Determinazione n. 84/2026, AgID ha adottato il nuovo regolamento che disciplina l'intero percorso sanzionatorio, dalla segnalazione alla sanzione definitiva. La zona grigia che permetteva all'inadempimento passivo di prolungarsi senza conseguenze si è significativamente ridotta.
La terza, forse la più rilevante, è che l'accessibilità non è una questione tecnica. È una questione etica e di business allo stesso tempo.
Il quadro normativo italiano si articola su due pilastri principali.
La Legge n. 4/2004 (Legge Stanca) impone l'accessibilità digitale alle pubbliche amministrazioni e ai soggetti privati con fatturato medio superiore a 500 milioni di euro negli ultimi tre anni. Lo standard tecnico di riferimento è WCAG 2.1 livello AA.
Il D.Lgs. n. 82/2022, che recepisce la Direttiva europea EAA, estende gli obblighi a un perimetro molto più ampio. A partire dal 28 giugno 2025, qualsiasi organizzazione che eroga servizi ai consumatori in Italia nei seguenti settori deve garantire l'accessibilità: e-commerce, servizi bancari e finanziari, comunicazione elettronica, media audiovisivi, trasporto passeggeri, e-book e software correlati. Indipendentemente dal fatturato o dalle dimensioni aziendali.
Sono esentate le sole microimprese con meno di 10 dipendenti e fatturato annuo inferiore a 2 milioni di euro, ma solo per i servizi, non per i prodotti.
I quattro principi fondamentali su cui si basano i requisiti tecnici sono: percepibile, operabile, comprensibile, robusto. In pratica: interfacce compatibili con le tecnologie assistive, navigazione da tastiera, testi alternativi per le immagini, contrasto dei colori adeguato, sottotitoli, moduli con etichette chiare, struttura gerarchica dei contenuti.
Le sanzioni sono concrete. Per violazioni del D.Lgs. 82/2022, le multe vanno da 5.000 a 40.000 euro per singola violazione. Per i soggetti che rientrano anche nel perimetro della Legge Stanca, la sanzione può arrivare fino al 5% del fatturato annuo. In caso di inadempimento prolungato, AgID può disporre l'oscuramento del servizio o il ritiro dell'app dagli store.
Un elemento spesso sottovalutato: la dichiarazione di accessibilità non è una formalità. La sua assenza o incompletezza costituisce già di per sé una non conformità, e privare gli utenti di quel link significa privarli dello strumento principale per segnalare le barriere.
Il regolamento AgID del maggio 2026 ha introdotto un percorso in due fasi, prima il dialogo, poi la sanzione, pensato per premiare chi si adegua in buona fede. Questo significa che l'approccio proattivo rimane la scelta più vantaggiosa, oltre che quella eticamente corretta.
Le azioni concrete che un'organizzazione può mettere in campo sono:
Audit approfondito dello stato attuale, non solo con strumenti automatici di scansione, ma con un'analisi manuale condotta da esperti. I software individuano una parte delle non conformità, quelle rilevabili a livello di codice. Non percepiscono la frustrazione di chi resta intrappolato in un menu, non valutano se un testo alternativo sia davvero significativo, non colgono l'incoerenza di una sequenza di navigazione.
Compilare e mantenere aggiornata la dichiarazione di accessibilità, che è insieme un obbligo normativo e uno strumento di trasparenza verso gli utenti.
Costruire un piano di adeguamento progressivo, con priorità sui flussi critici come acquisto, autenticazione, pagamento, e sui contenuti che vengono aggiornati nel tempo. I contenuti pubblicati prima del 28 giugno 2025 non devono essere resi retroattivamente accessibili, ma ogni aggiornamento successivo deve rispettare le nuove regole.
Formare i team interni: sviluppatori, designer, content editor. L'accessibilità non può essere un intervento una tantum affidato a un consulente esterno; deve diventare parte del processo di produzione digitale.
Adottare un approccio integrato: strumenti automatici per il monitoraggio continuo su larga scala, audit manuali periodici, test con tecnologie assistive e, quando possibile, coinvolgimento diretto di persone con disabilità nelle sessioni di prova.
Qui il discorso cambia registro, perché i benefici dell'accessibilità non sono solo la riduzione del rischio sanzionatorio ma sono vantaggi competitivi misurabili.
Più conversioni, meno abbandoni. Le barriere più comuni non sono anomalie tecniche complesse: sono annunci invasivi, tempi di caricamento lenti, istruzioni poco chiare, navigazione difficoltosa, testi illeggibili su mobile. Problemi risolvibili, con impatto diretto sul tasso di conversione.
Un mercato più grande. In Europa oltre 100 milioni di persone vivono con una disabilità. In Italia sono 13 milioni. Accessibilità significa raggiungere una fetta di mercato che molte aziende stanno sistematicamente perdendo.
Il futuro sono i giovani, uno dei target più esigenti. Le generazioni più digitali mostrano la minor tolleranza per l'inaccessibilità. In Italia, gli utenti tra 18 e 34 anni registrano tassi di abbandono superiori alla media nazionale. In Germania, quasi l'80% dei giovani adulti ha già abbandonato processi digitali per problemi di accessibilità. Chi non investe oggi rischia di perdere la propria base clienti per i prossimi trent'anni.
Reputazione e fiducia. In Italia, l'86% dei consumatori ritiene che i siti web e le app dovrebbero essere accessibili a tutti, incluse le persone con disabilità, gli anziani, chi ha un livello di istruzione digitale più basso. Non rispondere a questa aspettativa non è più neutro: è una scelta che incide sulla percezione del brand. Il 44% degli italiani ritiene che i progressi nell'accessibilità digitale siano ancora insufficienti. C'è spazio per distinguersi.
Per concludere possiamo affermare che l'accessibilità digitale non è la risposta a un obbligo. È la risposta a una domanda più fondamentale: per chi stiamo progettando? Se la risposta è "per tutti", allora il percorso è chiaro.
Accessiway, European Digital Accessibility Survey, agosto–novembre 2025 — 6.599 consumatori in Italia, Germania, Austria, Francia e Regno Unito (partner: YouGov, Civey, Marketagent, Opinea, Censuswide)
AgID, Linee Guida sull'accessibilità dei servizi digitali, marzo 2026
AgID, Determinazione n. 84/2026 — Regolamento sull'esercizio del potere sanzionatorio, maggio 2026
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